W. Kasper: Il pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa. Non c'è alternativa al dialogo tra i cristiani e con l'ebraismo

Tutti i documenti (830)

Kasper, Walter

Città del Vaticano       27/05/2009

Il pellegrinaggio di Benedetto XVI nei luoghi di origine del cristianesimo ha avuto diversi aspetti. Ciò lo ha reso molto difficile, ma anche tanto emozionante e importante.
Naturalmente era destinato soprattutto al gregge dei cristiani cattolici, piccolo e tuttavia multiforme nei suoi riti: soprattutto ai cristiani di rito melkita, maronita e latino. I cristiani cattolici vivono lì da secoli, ma come tutti i cristiani devono far fronte quotidianamente a numerose difficoltà; per questo, purtroppo, molti cristiani, specialmente i più giovani, emigrano. Perciò hanno bisogno dell'incoraggiamento del successore di Pietro, che ha ricevuto dal Signore il mandato di confermare i suoi fratelli nella fede.

Il messaggio pasquale della speranza e della pace, che è stato il filo conduttore di tutte le omelie e i discorsi del Papa, è stato da loro accolto con gratitudine in tutte le tappe del pellegrinaggio: ad Amman, a Gerusalemme, a Betlemme e a Nazaret. Questi incontri sono stati tra i momenti più belli del viaggio. Solo per questo sarebbe valsa la pena compierlo.
Ma in Terra Santa - della quale oltre a Israele fanno parte anche la Giordania e i Territori palestinesi - lo sguardo si volge verso le numerose Chiese e comunità cristiane.

In nessun altro luogo la lacerazione del cristianesimo è così visibile e così dolorosamente evidente come a Gerusalemme, dove i primi cristiani avevano "un cuore solo e un'anima sola". Ma in nessun altro luogo i cristiani dipendono tanto l'uno dall'altro come qui. È stato quindi un piacere constatare che il lavoro ecumenico ha recato buoni frutti anche a Gerusalemme. Senza gli sforzi compiuti, che proprio lì sono tutt'altro che semplici, gli incontri cordiali di Benedetto XVI nel Patriarcato greco-ortodosso con i rappresentanti di tutte le Chiese con sede a Gerusalemme - specialmente quelli con il patriarca greco-ortodosso e il patriarca armeno-apostolico - difficilmente sarebbero stati possibili.

Questi incontri hanno mostrato che negli ultimi decenni non ci siamo limitati a pubblicare documenti ecumenici cartacei, ma che, attraverso il dialogo, nella vita e nel cuore si è verificata una crescita del rispetto e della stima reciproci, della collaborazione e della fratellanza.
Certamente rimane ancora molto da fare e da approfondire. Ma dagli incontri con il Pontefice e dalle sue parole di comprensione emana un incoraggiamento per il cammino ecumenico futuro, e questo non solo a Gerusalemme.

Gerusalemme è la Città santa per ebrei, cristiani e musulmani. L'incontro con gli ebrei, i "fratelli maggiori" nella fede di Abramo, è stato per diverse ragioni al centro dell'interesse pubblico. Tuttavia Benedetto XVI non è venuto - come molti erroneamente ritenevano - come Papa tedesco, con il ben noto peso della storia tedesca. Ciò che ha da dire in merito, lo ha già detto a Colonia e ad Auschwitz. Egli è venuto - cosa che dal punto di vista meramente politico è molto più importante - come capo della Chiesa cattolica universale per esprimere nuovamente al popolo ebraico il suo affetto personale, come quello della Chiesa cattolica. Il rifiuto di ogni forma di antisemitismo, della negazione o anche solo dello svilimento della Shoah è stato da lui espresso chiaramente non appena ha toccato il suolo israeliano all'aeroporto di Tel Aviv. Prima della partenza lo ha ribadito a tutti con grande chiarezza. Ha definito irrevocabile la dichiarazione conciliare Nostra aetate sul rapporto con l'ebraismo.
Così quasi tutto ciò che secondo molti rappresentanti ebraici e mass media israeliani è mancato nel suo discorso nel memoriale di Yad Vashem era già stato detto. Come se la semplice ripetizione delle stesse affermazioni, invece di rafforzarle, non le banalizzasse! Giustamente, non è nello stile di questo Papa preoccuparsi di parole che potrebbero apparire provocatorie e di rendere giustizia al politicamente corretto. Doveva trasmettere un messaggio molto più importante, che nessun altro rappresentante così eminente aveva saputo dare prima. Il Papa ha preso spunto dal nome del memoriale di Yad Vashem, ossia "un memoriale, un nome".

Seguendo il senso e le orme della cultura della memoria biblica ed ebraica, egli ha spiegato che corrisponde alla dignità dell'uomo possedere un nome e che questo nome è scritto in modo indelebile dalla mano di Dio. Quindi, anche se i carnefici nazisti hanno privato le vittime del loro nome riducendole a meri numeri, pensando in tal modo di poterne cancellare per sempre il ricordo, secondo la fede sia ebraica sia cristiana la loro memoria si conserva in eterno e anche noi dobbiamo serbarne il ricordo. Che cosa si potrebbe dire di più profondo sulla dignità indistruttibile delle vittime e gli abissi del crimine della Shoah?

Quindi il discorso di Benedetto XVI al memoriale di Yad Vashem è stato un grande discorso. È stato grande perché ancora una volta il Papa non ha tenuto conto dei motti o delle parole provocatorie che ci si aspettava e sulle quali si è pronunciato già da tempo e spesso; è stato grande soprattutto perché aveva da dire qualcosa di nuovo, di fondamentale e di profondo. Il Pontefice ha così dato un nuovo spunto e ha mostrato una nuova dimensione della riflessione sulla Shoah. Conosco il contenuto di molti altri suoi discorsi; anche le critiche che ho letto verso queste parole del Papa mi sono venute in mente tutte subito dopo il discorso. Provenivano in parte dalle stesse persone che all'epoca criticarono anche Giovanni Paolo II. Chiunque compie lo sforzo di esaminare gli scritti di Benedetto XVI, sa che già molto tempo prima di essere eletto alla cattedra di Pietro si è dimostrato un amico del popolo ebraico ed era consapevole della sua perenne dignità come popolo dell'alleanza scelto da Dio.

Non si deve però attribuire troppa importanza alle voci critiche. Il presidente israeliano Peres e diversi amici ebrei hanno difeso pubblicamente il Papa contro critiche ingiuste e in parte assurde. Anche nel gran Rabbinato di Gerusalemme è stato ringraziato espressamente per aver risolto in modo chiaro i malintesi sorti nell'infelice questione riguardante il vescovo lefebvriano negazionista. La benevolenza che il Papa ha riscontrato presso molti ebrei è emersa in modo evidente quando, durante l'incontro interreligioso a Nazaret, un rabbino, fuori programma, ha intonato spontaneamente una canzone con le parole "shalom, salam", alla quale tutti si sono uniti.
Anche qui è apparso in modo chiaro che i numerosi dialoghi a livello locale tra ebrei e cristiani sortiscono effetti positivi; attraverso questa visita sono stati confermati e incoraggiati, e naturalmente proseguiranno.

Ora però dobbiamo anche parlare di come rendere maggiormente noti al pubblico i risultati, e soprattutto lo spirito con cui il dialogo viene portato avanti.
Nel corso del suo viaggio il Papa ha incontrato anche i musulmani e con loro ha cercato il dialogo. Pure qui vi sono stati alcuni incontri belli e incoraggianti, soprattutto in Giordania, dove il re già durante il saluto ha tenuto un discorso importante; e a Nazaret, dove le tensioni che esistevano qualche anno fa, grazie a Dio, si sono risolte. Ci sono stati però anche segni di inconciliabilità. Sebbene il dialogo, - e ancor più quello a tre tra ebrei, musulmani e cristiani - sia difficile, non vi è però alternativa.

Il Papa - come egli stesso ha ripetutamente sottolineato - non ha voluto portare un messaggio politico bensì spirituale. Ha fatto appello al cuore, ma anche alla ragione di chi lo ascoltava. Chi non ha il senso della dimensione spirituale e non apre il proprio cuore, ha potuto giudicare il suo messaggio di pace come insignificante. Tuttavia, non solo il credente, ma anche il semplice buon senso sa che la pace può essere raggiunta attraverso trattative politiche solo se prima vi è volontà di pace e di riconciliazione. La spirale mortale della violenza e della controviolenza può essere spezzata solo spiritualmente.

Purtroppo, oggi molti non sanno più che la preghiera è la forza più potente che può trasformare il mondo. Soprattutto in una situazione tanto triste e al momento apparentemente senza speranza come quella che si prova attraversando il muro sulla via da Gerusalemme a Betlemme, la preghiera può dare la certezza che i muri non sono mai eterni e che non possono esserlo. La speranza è più forte. Questa speranza Benedetto XVI l'ha potuta e voluta risvegliare e rafforzare nei cristiani, negli ebrei, nei musulmani. Per questo, il suo è stato un viaggio importante e significativo.

(©L'Osservatore Romano - 27 maggio 2009)

118 visualizzazioni.
Inserito 01/06/2009