Articolo: Genesi 3: la caduta

02/11/2019     Ombretta Pisano     82

Abbiamo negli occhi l’immagine ideale della creazione e soprattutto dell’umanità, descritta nei racconti della creazione che troviamo in Genesi 1 e 2. Sappiamo già che questi racconti costituiscono una riflessione che i saggi di Israele ci hanno tramandato. Sono racconti utilizzati per parlarci di noi stessi, ci riguardano, sono per noi non solo una risposta a ciò che siamo e al perché lo siamo, ma sono anche un cammino, una via, un destino, perché l’essere umano, è in viaggio verso l’immagine ideale che Dio ha sognato per lui e deve colmare, per dirla in termini cristiani e paolini in particolare, quello che manca al raggiungimento della piena conformazione a Cristo, il Figlio che realizza in pieno la somiglianza tra Adam e Dio.

La riflessione che ci propongono gli autori sacri in queste pagine viene dalla loro esperienza. Chi ha composto questi racconti ricchissimi di verità, conosce bene l’essere umano. Il saggio ebreo che elabora questi scritti non è interessato a ciò che poteva essere e non è stato. Non si fa domande che la mancanza di esperienza classifica come inutili. Non ha un’indole filosofica, ma estremamente concreta. Lui vuole capire il disegno nascosto dietro alla realtà così com’è, fa ciò che è proprio di ogni essere umano, “discerne”, giudica, per crescere, per migliorare. Vede il male, sperimenta la morte. La sperimenta come assurda, insensata. Conosce la spinta irresistibile dell’attrazione tra i sessi e il mistero dell’unione tra uomo e donna che tutto relativizza, anche i legami di sangue. Sa che significa parlarsi senza capirsi, sa che ci sono tante lingue diverse e popoli diversi, che di solito si fanno la guerra. Conosce la violenza, i delicati equilibri e le tragedie familiari, la durezza del lavoro, la sofferenza che provocano le doglie del parto. Sa che per l’uomo il rapporto con la vita non è pieno e non è automatico. L’autore sacro non si nasconde nulla e non ci nasconde nulla. Però, davanti al dilagare del male che pure sperimenta, non cade nella tentazione del pessimismo come facevano i miti delle civiltà vicine ad Israele (per le quali l’uomo è nato dal sangue di un dio ribelle e guerrafondaio e resta per sempre lontano dalla vita e dall’eternità) ma ci ricorda la grandezza della nostra dignità e va alla ricerca di ciò che sta alla radice della realtà così com’è. Vuole spiegare perché è così che va. L’uomo è bellezza e miseria. Nel capitolo 3 troviamo il tentativo di spiegare il mistero della sua miseria.

Oggi siamo davanti a questo capitolo 3, che ci racconta la storia della caduta della coppia umana che è metafora dell’umanità maschio e femmina, e l’uscita dal giardino di delizie cui pure Dio l’aveva collocata. L’autore sacro sperimenta che l’umanità vive in tutt’altra condizione che quella beata di un giardino, e spiega questa realtà non attribuendo la responsabilità alle divinità, ad un Dio capriccioso e invidioso, ma alla responsabilità esclusiva della donna e dell’uomo che hanno incominciato a dubitare di Dio. Racconta questa storia in tre scene fondamentali, la tentazione, la caduta e le conseguenze della caduta, cui facciamo precedere per comprendere meglio, un antefatto che la collega a quanto precede. Infatti, ritroviamo qui degli elementi che avevamo già trovato nei due capitoli precedenti.

 

6 quadri:                                  

1. Antefatto: Il giardino - i due alberi - il senso del comando

Innanzitutto dobbiamo riprendere alcuni elementi importanti per capire tutta la storia, elementi che sono apparsi già nel precedente capitolo 2. Si tratta del riferimento agli alberi nel giardino, al comando di Dio e alla condizione di nudità della prima coppia.

Gen 2,9:Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino (ez hayyim) e l'albero della conoscenza del bene e del male (ez edat tov we ra’)

Gen 2,16: Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, 17ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire"(mot tamut, rafforzativo: certamente, assolutamente).

Alberi - Nel giardino ci sono tanti alberi, tutti belli e buoni. Di tutti può mangiare. Il nostro testo parla di due in particolare. Uno, che sta in mezzo al giardino, è l’albero della vita. Dell’altro viene detto solo il nome: l’albero della conoscenza del bene e del male. Dio dà tutti gli alberi da mangiare alla sua creatura umana, anche l’albero della vita. Anzi, si può dire che nel giardino, in questa situazione di intimità che l’umanità ha con il suo Creatore, il rapporto con la vita è pieno: si può toccare, si può mangiare. C’è piena corrispondenza con la vita. Dio è vicino, e anche la vita è a portata di mano, pronta per essere solo gustata, come ci ricorda il profeta Isaia quando proclama l’invito di Dio al banchetto messianico

O voi tutti assetati, venite all'acqua,
voi che non avete denaro, venite,
comprate e mangiate; venite, comprate
senza denaro, senza pagare, vino e latte.
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone 
e gusterete cibi succulenti. (Cf. Is 55,1-2)

L’altra volta abbiamo visto che il giardino è il luogo delle delizie è il mondo che l’umanità ha il compito di realizzare. Ma l’uomo non è Dio, deve ricordare questo. Se l’essere umano non ricorda che non è Dio ma solo una sua creatura, c’è il rischio di ritornare al caos, di tornare al “vuoto liquido” dove tutto è confuso e mischiato. Allora ecco che oltre al compito, Dio dà all’uomo un comando

Il comando (verbo zwh, zu/zo) fissa dei confini, è come la creazione: separa, delimita. Il “limite” del comando del Signore, crea la vita nel mondo, come ha fatto lui quando ha fissato un limite a tutte le cose. Osservare il comando è vivere. “L’uomo non vive di solo pane, ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio”. L’uomo, la donna, i figli, … tutti noi abbiamo bisogno di limiti. Il limite, le leggi, i principi, i valori… non sono una limitazione della libertà ma il mezzo con cui ci rendiamo possibile la vita. Sono ciò che permette a tutti di vivere in pace nel proprio spazio, secondo la propria identità unica. Al di fuori della parola del Signore, che è anche comando, c’è la morte. Con il comando Dio vuole mettere l’umanità al riparo dalla morte, vuole proteggerla, da buon genitore e custode qual è, vuole il suo bene, raccomanda.

Ma c’è un altro aspetto del comando. Il fatto che a un certo punto della storia dell’umanità, quando tutto è creato e perfetto, nel giardino il comando viene dato da Dio, come lui ha dato all’uomo già tutte le cose, il mondo e gli altri viventi e il cibo da mangiare, cioè come un dono. Si può dire che è il dono che sta alla fine di tutti gli altri, come l’ultimo e più prezioso: si tratta del dono della scelta. L’essere umano è un essere che sceglie, e senza questa facoltà non sarebbe umano. È Dio ad averlo voluto così. Si può dire che il comando Dio finisce di creare l’umanità: con il grande dono della libertà Dio “perfeziona” ogni uomo e ogni donna. Possiamo dire che la condizione ideale dell’umanità non è di vivere costantemente sdraiati, inerti e passivi, ma di essere liberi di scegliere. Tutto il senso della legge nella Bibbia viene da qui, per l’autore sacro, e per questa libertà Dio rivolge all’uomo questa parola che diventa una supplica: “Ecco, io metto davanti a te la vita e la morte, il bene e il male. Scegli (ti prego) la vita“ (Dt 30). 

Il comando riguarda il non mangiare. Per capire meglio, dobbiamo vedere cosa significa “mangiare”, l’azione che Dio ha chiesto di evitare. Per sottolinearne l’importanza nel nostro testo, basta dire che il verbo ricorre ben sette volte, ed è il motivo centrale della trasgressione. Mangiare è, nella Bibbia, una delle azioni più significative e importanti. Quanti testi ci parlano del mangiare nel momento in cui Dio vuole realizzare una promessa di bene per il suo popolo: basta pensare al banchetto messianico. Mangiare significa in primo luogo assumere la vita, il che significa di conseguenza, la fragilità dell’uomo, che – come gli animali – se non mangia, muore. Quindi, ogni volta che mangia, l’essere umano fa un’azione che gli ricorda che è solo una creatura, e che per vivere ha bisogno di altro da se stesso. Mangiare toglie alla creatura umana ogni illusione di autosufficienza e di credersi come Dio. Qualunque cosa lui stia facendo, anche per il bene del mondo intero, a un certo punto deve fermarsi a mangiare. Questo è significativo: per quanto importante sia ciò che fa, l’uomo non è Dio.

Quindi siamo davanti ad un paradosso: da una parte l’uomo deve mangiare, se no muore; dall’altra, ci dice il nostro testo, se mangia di una certa cosa, muore! È chiaro che qui non si sta indicando il semplice mangiare fisico, ma il rapporto con il comando di Dio, con la sua parola, con il limite che lui dà all’essere umano. Entra il comando nella storia, ed entra la libertà dell’uomo. È questa libertà che determina il rapporto con la vita e la morte. Nell’atto di scegliere l’uomo deve sapere che c’è qualcosa che gli fa bene (e che anzi è essenziale per lui) e qualcosa che gli fa male. Non è il frutto (attenzione non viene nominata nessuna mela) in sé che fa morire, ma la scelta di mangiarne sapendo che quell’atto determina qualcosa che è fuori dal mio controllo e dalla mia competenza.

Quindi, il comando è la Parola che esce dalla bocca di Dio per proteggere l’uomo e la donna dalla morte e dal male, è il suo prendersi cura di loro. Ma torniamo di nuovo agli alberi. Cos’è questo “albero della conoscenza”? Conoscere, nel linguaggio biblico, non indica solo un'attività intellettiva, ma un conoscere basato sull'esperienza che coinvolge tutta l'esistenza dell'uomo. Nella Bibbia, ad es. il rapporto tra coniugi equivale ad una "conoscenza" (Gn 4,1).

In Genesi "conoscere il bene e il male" non significa la conoscenza di tutto, l'onniscienza, non significa neppure essere in grado di riconoscere, in una determinata circostanza che cosa è bene e che cosa è male dal punto di vista morale: Dio non può negare questo tipo di conoscenza a una creatura dotata di ragione. Nel 1° libro dei Re, Salomone (il re sapiente della tradizione) chiede a Dio "un cuore che comprenda per giudicare, in modo da distinguere il bene e il male" (1 Re 3,9.11) e Dio gli concede "un cuore saggio e intelligente (o perspicace) come nessuno ne ebbe né prima né dopo di lui (v.12). Anzi, è un’attività prettamente umana quella di saper discernere, saper giudicare per agire bene.

L'autore qui si riferisce alla capacità di decidere da sé che cosa è bene e che cosa è male; dice il profeta Isaia al cap.5, v.20 "Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene". Questo spetta solo a Dio e, per tale motivo, disobbedire all'ordine divino, equivale a voler essere uguale a Dio. La disobbedienza sta nel pensare di essere noi i migliori giudici di ciò che è il bene e ciò che è il male. Si tratta di una inclinazione innata nell’essere umano che l’autore sacro spiega narrando il racconto della caduta.

Nudità - Un terzo elemento dell’antefatto riguarda la nudità e la vergogna, che alla fine del c. 2 sono solo accennati, come se non avessero nessuna rilevanza: …Ora tutti e due erano nudi (arummim) l'uomo e sua moglie, e non provavano vergogna(lo yitboshashu) ma che tratteremo dopo.

 

2. Il dramma, scena I: La tentazione (il serpente)                                                            

Entra in scena la libertà, la facoltà di scegliere. Non c’è atto più umano di questo, tra i doni che Dio ha fatto all’umanità. Ma con la libertà entra in gioco anche la possibilità del rifiuto e della ribellione. L’autore dei nostri racconti sta davanti a questo come a un mistero insondabile, e colloca il rifiuto in un certo senso “al di fuori” della creatura umana, cioè lo presenta come qualcosa che gli è estraneo, che non rispecchia la sua verità, che non è “umano”. Questo non significa che l’uomo non ha responsabilità per il male che sceglie (lo vedremo poi) ma che la via della tentazione è un mistero che ci travalica e ci sfugge.

Allora entra il scena il serpente. Il serpente è la personificazione, la “raffigurazione narrativa” della forza di seduzione. Essa è un vero mistero, per l’autore sacro.

Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto

(‘arum nella letteratura Sapienziale, “prudente”: Pr. 12,16.23 ecc.; è la stessa radice di “nudo/nudità”). Se è corretta la visione del “prudente” è davvero interessante. Il s. sembra la creatura che più delle altre fa attenzione ad osservare il comando, uno scrupoloso, il che spiega il suo introdurre il discorso con l’accenno a non mangiare di nessun albero.

Però ha anche a che fare con la nudità, con la facilità di entrare, con l’essere viscido (“nudo” nel senso che è senza peli, squame, ecc, quindi scivoloso), subdolo, abile, affabulatore, innocuo.

Il termine ha tutte queste accezioni e non si sbaglia se le si considera tutte insieme. La tentazione prende vie diverse, e dipende dall’indole di ciascuno. Può passare per lo scrupolo, l’attenzione quasi maniacale per l’osservanza della legge, che moltiplica i comandi di Dio e li rende ancora più severi di lui stesso (e in questo modo cade nel peccato della rigidità e della mancanza di misericordia), può passare per la strada dell’affabulazione, il bel dire, l’offerta allettante. La scivolosità richiama bene “la porta larga” che porta alla perdizione, la facilità del suo cammino. Perché è tanto facile peccare? Perché il terreno del peccato è facile, largo e scivoloso, apparentemente innocuo!

S: disse alla donna: “È vero (af, “davvero”, Addirittura” “veramente”) che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?”.

D: Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete””.

S: Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! 5Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male”.

L’astuzia del serpente risiede nella conoscenza che egli ha di quanto Dio ha detto. Egli sa usare le parole e le usa in modo da inoculare nella donna il dubbio sulla buona fede di Dio. Non solo paventa che Dio stia ingannando, dicendo qualcosa che non è vero, ma suggerendo l’assurdità di ciò che dice e chiede: “davvero, addirittura Dio non vuole che mangiate di nessun albero?”

La donna parte bene, ricordando ciò che Dio ha detto, ma comincia a seguire il serpente nella sua via: una volta inoculato il dubbio su Dio, lei stessa resta irretita. Non sappiamo se è perché non ha capito il comando o è in mala fede (siamo più portati a pensare che si tratti di una ingenuità che porta alla creduloneria) ma dice cose che Dio non ha detto: l’albero in mezzo al giardino è quello della vita, e di lui non è stato detto di non mangiare!

In secondo luogo, lei aggiunge qualcosa, al comando di Dio: non è vero che non si deve neanche toccare. Dio ha detto di non mangiare. La donna, portata ormai sulla scia della malizia dal serpente, nega la possibilità di ogni tipo di rapporto con gli alberi, cosa non vera. Perché “non toccare?” – “Il di più viene dal maligno” dice Gesù, in Mt 5.

 

3. Il dramma, scena II: La caduta                                                                                       

6Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile (we nechmad)per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. 

Bellezza e desiderio. Vedere, gustare… La gradevolezza, la bellezza e la bontà richiamano un rapporto pieno con la vita che l’umanità aveva già fin da principio. Ma questa bellezza, nel senso fisico estetico, potremo dire, è anche ciò che caratterizza l’inclinazione al male, il fascino del male.

Si può richiamare qui una situazione evangelica: “se il tuo occhio ti è di scandalo…” detto nel contesto dell’adulterio da Gesù. Anche qui un guardare che è “verso” il desiderare, un desiderio che è già assenso alla tentazione, indugio, compiacimento, spinta all’azione (la mano), situazione in cui bisogna “de-cidere” (“tagliare”).

È il momento drammatico della tentazione. La donna, è sola, è lasciata in preda ai suoi pensieri, alle sue decisioni, attraversata da una corrente di desideri: il frutto "è buono da mangiare" (la tentazione dei sensi); è "gradito agli occhi" (la tentazione della  bellezza estetica); è "desiderabile per acquistare saggezza" (la tentazione della volontà e dell'orgoglio).

Il racconto è scarno, perché c’è poco da dire. Il peccato è spesso un solo attimo, e si consuma subito. Qui si apre la questione della solidarietà nel male della prima comunità di persone che è la coppia umana. Ecco cos'è diventata quella stupenda collaborazione di uomo e donna nel compito che Dio ha loro affidato: da solidarietà di custodia del creato, a solidarietà nel male. È l’altra faccia della comunità umana: spesso occasione di splendidi traguardi come di profonda miseria.

 

4. Il dramma, scena III: Il giudizio (effetti del peccato)

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

“Aprire gli occhi”. Nella Bibbia ha significato di visione più profonda della realtà e del volere divino; normalmente ha senso positivo. Ora qualcosa hanno conosciuto, l’uomo e la donna, come aveva promesso il serpente, hanno sperimentato sulla loro pelle: i due sanno qualcosa che prima non sapevano. Sanno cosa c’è al di là della trasgressione, e che al di là della trasgressione non c’è, in fondo, la morte: loro non sono morti. (Si tratta di una morte dalla portata evidente solo dopo). L'aprire gli occhi, la consapevolezza non è nell'essere diventati come Dio, al contrario essi si accorgono di essere nudi, hanno scoperto la loro fragilità, hanno scoperto di essere limitati e senza dignità (la nudità nella Bibbia, come presso i popoli antichi era vista come segno di estrema umiliazione, la si imponeva ai vinti).

L’uomo e la donna si sottraggono alla cura di Dio che è il comando, e subito “vedono” coi loro sensi allertati, che sono nudi, se ne accorgono. La vergogna ha quasi sempre, nella Bibbia, un legame con il peccato e con la sconfitta; si vergogna il peccatore e si vergogna il nemico vinto. Ha a che fare con l’umiliazione, la vergogna, perché è esposizione del proprio fallimento e della propria fragilità. Prima del peccato, uomo e donna non conoscevano la vergogna perché non conoscevano alcun disprezzo, né alcun interesse morboso verso la loro nudità. Ed erano in pace, in stato di grazia. Eppure, in questo momento così buio, questa vergogna è anche una speranza, perché la vergogna è anche ciò che permette di cambiare, di rientrare in se stessi. Il Signore è severissimo più che con i peccatori, con i peccatori che non provano vergogna, perché per questi davvero non c’è speranza:

“dal piccolo al grande tutti commettono frode; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna…. Dovrebbero vergognarsi dei loro atti abominevoli, ma non si vergognano affatto, non sanno neppurearrossire.” (Ger 6,15)

Quindi, si, la vergogna entra, ma è anche il segno di una via di uscita. L’uomo e la donna cercano di rimediare alla loro fragilità e debolezza, ma da soli non possono che trovare palliativi: delle cinture, non sono che piccoli rimedi per nascondere le proprie fragilità non sono sufficienti a proteggersi in modo adeguato da tutte le minacce cui ora sono esposti, sono ben poca cosa, troppo poco per ricostruirsi una dignità che può realmente restituire solo Dio.

I vv. successivi, 3,8-13 hanno una struttura che corrisponde punto per punto a un processo giudiziario, così come è considerato valido in tutto il mondo:

a) la scoperta dei colpevoli
b) l'interrogatorio
c) la difesa
d) la sentenza

 

5. La scoperta dei colpevoli - Paura di Dio (umanità-Dio)                                                    

8Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l'uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino

La prima conseguenza, subito dopo la disobbedienza, è la paura. Si tratta di un sentimento che raffina i sensi, mette in allarme. Si tratta dell’istinto che permette di difendersi e sottrarsi al pericolo. Una realtà positiva, di tutela della vita. È l’istinto animale per la sopravvivenza. Appena inizia la paura, tutto viene amplificato. Si affinano tutti i sensi: si vede tutto, si sente tutto, anche il minimo fruscio perché si deve poter fuggire da ciò che viene percepito come un pericolo: chi ha paura sente tutta la sua piccolezza e fragilità e sa che non può contrapporsi a chi è più forte. La paura viene dalla sfiducia davanti a uno più forte di te, che non conosci e non sai se ti è amico o nemico, se si servirà della sua forza per schiacciarti e dominarti. E’ istinto di sopravvivenza necessario, abbiamo detto, ma quando è sperimentata dalla creatura umana è anche qualcos’altro: è una fiducia d’amore che si è rotta, e per questo è la prima figlia del peccato. In questa scena, in questo momento, è Dio il forte. La forza di Dio è potenza creatrice di vita che l’essere umano ha imparato a conoscere. L’uomo conosce Dio: è creatore e Padre, è un innamorato della sua bellezza (“era cosa molto buona”), è solo vita per lui. Di più: è uno che gli parla e gli fa conoscere l’essenziale, la cosa più importante in assoluto, gli dà una sapienza che racchiude tutta la conoscenza: questo essenziale è che della sua parola ogni uomo, ogni donna vive, e che può morire poco a poco nella misura in cui se ne allontana. Insomma, Dio è presenza vivificante per l’Umanità. È interessante e anche triste che Dio continua ad essere presente, non è mai sparito dal racconto, ma adesso appare come fosse una figura incombente e ingombrante. La presenza di Dio è ciò che fonda il paradiso, il creato e tutto ciò che esiste. Fuori da questa presenza non esiste vita. Eppure adesso questa presenza, fonte di vita, cambia di segno. Per la prima volta, diremmo, l’uomo e la donna “sentono” i passi di Dio nel giardino. Non è che prima non li sentissero, solo che adesso è diverso, perché li temono. La paura nei confronti di Dio viene dalla paura e anche dalla vergogna, che prima non esisteva.

9Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: "Dove sei?". 10Rispose: "Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto". 11Riprese: "Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?". 12Rispose l'uomo: "La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato". 13Il Signore Dio disse alla donna: "Che hai fatto?". Rispose la donna: "Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato".

Dio, che è vita e non minaccia, cerca e non smette di cercare. Abbiamo qui le prime parole tra l’uomo e Dio. Viene il peccato, viene la caduta, e finalmente possiamo sentire la voce di Dio. Tutto viene allo scoperto, e tutto si apre: si aprono gli occhi, si aprono gli orecchi, si ascoltano parole, si ascolta la voce di Dio. E le prime parole di Dio all’uomo sono “dove sei?”, dove ti trovi, un richiamo a rendersi conto della sua situazione, ad uscire dal suo nascondiglio.  La voce di Dio in qualche modo provoca l’uomo ad uscire dal buco oscuro in cui si va a cacciare per sfuggirgli, anche se ha peccato, anche se è caduto, anche se è lontano. La voce di Dio pian piano, sconfiggerà la paura e diventerà nostalgia di tornare. Dio non smette di cercare l’uomo e la donna e, come in un processo giudiziario giusto, li mette davanti alla loro responsabilità e dà loro anche la possibilità di difendersi.

 

Sentenza = la realtà dell'uomo lontano da Dio                                                                                               

14Allora il Signore Dio disse al serpente: "Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. 15Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno". 16Alla donna disse: "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà".

Ora parla il Signore ed emette la sentenza, cioè manifesta la realtà che il peccato ha provocato. Aveva detto che la morte avrebbe colto chi avrebbe disobbedito al suo comando, e adesso manifesta i segni della presenza di questa morte. Lo fa nei confronti di tutti gli attori della caduta, perché la “comunione”, la solidarietà nell’ascolto del male si ritrova anche nelle conseguenze. Prima Dio maledice il serpente: il serpente sarà costretto per sempre a strisciare e a lambire (leccare) la terra (gesto umiliante dei vinti) e sarà costante insidia all'uomo di ogni tempo. Dio pone ostilità tra due gruppi di esseri, pone le basi di una perenne lotta: serpente-donna; e discendenza del serpente-discendenza della donna. Una inimicizia che è una sentenza, ma anche un segno di speranza, un primo accenno a una futura salvezza, perché il testo dice che la vittoria definitiva spetta al seme dell'uomo. E diversi sono i segni di speranza che possiamo cogliere in questa sentenza.

La condanna della donna e dell'uomo manifesta i limiti dell'esistenza umana nella situazione di lontananza da Dio. Nella condanna della donna sono le gravidanze e il dolore del parto ad essere visti come peso per la sua vita ed anche il contrasto tra il desiderio che la spinge verso il marito e la dominazione del marito su di lei (in riferimento al peso che questo aveva sulla vita della donna a quei tempi).

17All'uomo disse: "Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato: "Non devi mangiarne", maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. 18Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba dei campi. 19Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!".

La condanna dell'uomo, che comprende la maledizione della terra (Dio non maledice mai l’uomo e la donna che hanno peccato!), riguarda il lavoro umano, percepito come fatica ed oppressione. Il rapporto con la terra, in seguito alla cui rottura il dominio originario diventa “schiavitù” nei confronti di un suolo ingrato, che prima produceva spontaneamente ogni frutto. Ogni attività umana, non importa se agli occhi degli uomini appaia meschina o grandiosa, ha il suo limite in una morte. Nessuno è indispensabile, ciascuno un giorno verrà sostituito "finché tornerai nella terra, perché da essa sei stato tratto" (v.19).

Le benedizioni di Dio non sono tolte (mai viene detto che Dio maledice l’uomo), ma il rapporto con le benedizioni di Dio non è più immediato: il dare vita da parte della donna diventa doloroso e il trarre frutto dalla terra diventa duro e pieno di fatica.

Una “maledizione” viene pronunciata solo verso il suolo. Infatti, nel racconto della creazione di Gen 1 la vegetazione nasce spontaneamente dalla terra (le erbe non sono viventi). Il suolo non produrrà più spontaneamente e sarà percepito come il ricordo della morte dell’uomo, memoria del suo essere terra.

Così la morte entra nel mondo

cf. Sap 2,23-24 :

Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità,
lo ha fatto immagine della propria natura.
Ma per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

e Paolo in Rom 8,20-21, apre ad una speranza:

La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità - non per sua volontà, ma per volontà di colui che l'ha sottoposta - nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.

 

6. Epilogo                                                                                                                            

20L'uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi. 21Il Signore Dio fece all'uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì. 22Poi il Signore Dio disse: "Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre!". 

Alla fine di tutta la storia, per tirare le somme, se vogliamo esprimerci così, tre sono le realtà che caratterizzeranno per sempre la vita umana: la difficoltà del rapporto uomo donna, a sfavore di quest’ultima; l’essere comunque e sempre legata a Dio, che non cesserà mai di tutelarla; l’allontanamento dall’albero della vita, cioè un rapporto con la vita che diventa duro, e che gli uomini e le donne percepiranno per sempre come un impedimento crudele.

Vediamo queste realtà una per una. Adesso, colpito dalla sentenza su di lui, lontano da Dio, l’uomo sembra avere dimenticato il rapporto di collaborazione paritaria della donna per il suo agire nel mondo, la splendida corrispondenza del suo essergli “di fronte” come alleata; qualcosa si è rotto. L’uomo dimentica (o disprezza) il nome che Dio stesso le ha dato, segno di questa perfetta corrispondenza e somiglianza e, primo suo atto dopo la condanna, è lui ad imporre a lei il suo nome, quello che segnerà da ora e per sempre solo UNO tra i compiti che condivideva col suo compagno: il ruolo di madre. Hawwah significa generatrice di vita/dei viventi (il nome di Hawwah indica anche “colei che parla” e “colei che dona il senso” ma qui l’accento è posto proprio sulla sua maternità) ed apre uno spiraglio che viene lasciato allo sviluppo successivo della storia della salvezza, con quella discendenza che sconfiggerà la discendenza del serpente. E’ questa l’origine della situazione di subordinazione e di necessità della donna rispetto all’uomo, così come l’autore sacrosperimenta nella società del suo tempo. Lei non solo è sottomessa, ma non può fare a meno di lui per la sua vita.

Una condanna, ma con un altro segno di speranza:

Dio fa delle vesti all’uomo e alla donna, delle tuniche di pelle che saranno la loro protezione nella loro nuova vita lontano dal paradiso. Le vesti sono come il comando e come la legge: con essi Dio protegge, mette al riparo e continua a proteggerli, e li protegge come fa un padre. È il padre, nell’antico vicino oriente, che si occupa di vestire i figli. Il padre della parabola del figlio ritornato è questo: un padre che, vestendo il figlio tornato, lo ristabilisce nella sua dignità di figlio, lo solleva dall’umiliazione e dalla vergogna. Neanche va dimenticato che “vestire i nudi” è un’opera di misericordia che Dio comanda come segno del suo modo di regnare sul suo popolo. Potremmo dire che vestire chi è nudo è porre il “sigillo” di Dio sulla storia. Nell’ora più buia il Signore continua ad offrire i mezzi per rovesciare una storia che sembra definitivamente compromessa.

23Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto. 24Scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all'albero della vita.

 

Via da Eden e dalla vita

In definitiva, la conseguenza più riassuntiva della sentenza è la cacciata da Eden. L’uomo e la donna non abitano più con Dio, non vivono più in comunione e intimità con lui.

Troviamo ancora alcuni elementi propri del linguaggio mitico: l'albero della vita è nella letteratura orientale antica (ad es. Gilgamesh) il simbolo dell'immortalità; i cherubini sono i colossi, in forma di leoni alati e con la faccia umana, posti a guardia dei templi e dei palazzi assiro-babilonesi; la fiamma della spada folgorante simboleggia la minaccia che grava su chiunque cerchi di inoltrarsi nel giardino.

Sono motivi che esprimono drammaticamente la rottura del rapporto tra Dio e l'uomo. L’uomo non può più vedere Dio faccia a faccia, e farà sempre più fatica ad ascoltare la sua voce. Nella sua paura, resterà sempre preda dell’inganno di considerare Dio un limite alla sua libertà.