Pillole di Bibbia: Marta e Maria, ovvero sulla libertà delle donne

12/12/2019     Ombretta Pisano     326

Quando, nel famoso brano del Vangelo di Luca (10,38-42) Marta si rivolge a Gesù, estenuata dalle faccende, lo fa quasi rimproverandolo: “Non ti importa…?”. Lo hanno fatto una volta anche discepoli sulla barca in balìa delle onde, con Gesù addormentato: “Non ti importa che moriamo?”, un verbo che nella maggioranza delle volte è usato in rapporto con la vita, esprimendone la cura dovuta, quindi per ciò che è veramente importante per la persona. Marta, insomma, rimprovera Gesù di non curarsi di lei come se ne andasse della sua vita (viene in mente il capriccio – che sarà liberante per lui - del profeta Giona indignato davanti all’alberello seccato: “si, ne sono sdegnato fino a morire!”, cf. Gn 4,9).

Secondo le parole di Gesù, Marta esprime la sua ansia nei confronti di “molte cose”. I verbi usati da Gesù sono:

- “perimnano” che esprime l’essere presi dall’ansia per ciò che non si ha potere di cambiare, l’agitazione inutile. È il verbo usato per l’ansia del domani, per la paura di mancare di qualcosa, di cosa vestirsi o cosa mangiare, in opposizione alla fiducia in Dio.

-“thoribazo”, essere in tensione, occuparsi di qualcuno o di qualcosa al meglio (es., in Paolo, il marito verso la moglie e viceversa; la vergine verso Dio). Non è un verbo di per sé negativo, ma la sua cifra morale dipende dall’oggetto che ne è destinatario. Il problema di Marta è che la sua tensione è diretta a “molte cose” mentre solo una è necessaria.

Il brano, quindi, esprime senza dubbio un contrasto tra Marta e Maria:

- Marta è tutta emotivamente rivolta a “pollà” (molte cose), Maria a “enòs” (una sola cosa)

- Maria sceglie (Gesù usa per lei il verbo “eklego”, scegliere, selezionare), è libera, mentre Marta è sopraffatta, imprigionata dalle cose da fare, e questo non la pone in condizione di “selezionare” ciò che veramente è necessario per la vita, da tutto il resto. Marta conosce certamente il valore dell’ascolto di Gesù, ma il suo problema è che questo ascolto, che impone una distanza rispetto al fare materialmente qualcosa, finisce col confondersi con le “molte cose” di cui deve occuparsi perché questo ci si aspetta da lei.  Parallelamente, non riesce neanche a riconoscere il valore della scelta della sorella, che misura su se stessa.

Ma Gesù cosa fa: innanzitutto, non parla a Maria, come Marta vorrebbe, ma a lei stessa. Gesù si guarda bene dal togliere a Maria la parte che si è scelta, imponendole di alzarsi e di andare via da lui (e lo poteva fare, in quanto maestro e in quanto uomo). Allo stesso tempo mostra a Marta che esiste una gerarchia tra le “molte cose”, che non tutto ha lo stesso valore per la vita, e – soprattutto! - che tra queste cose lei può scegliere.

In questo brano è espressa tutta la rivoluzione che Gesù opera in favore delle donne: le libera veramente, considerandole soggetti che possono scegliere autonomamente e non in base alle attese della società che impone loro un ruolo. Maria ha capito che il centro del proprio vivere quotidiano è restare seduta “ai piedi” di Gesù, come nel suo tempo usavano fare solo i discepoli (maschi) dei maestri itineranti, sceglie il rapporto costante con la sua parola (e quindi con lui). Questo la libera da ogni determinismo e da ogni ruolo preconfezionato, la fonda come donna e come persona. Davanti a questo ogni altra cosa, soggetta ai cambiamenti imposti dal tempo e alle usanze fluttuanti, va in secondo piano.

Il brano, perciò, non è un giudizio sull’essere contemplativi o attivi, sull’essere o sul fare, ma sul sapere riconoscere e scegliere il rapporto con Gesù come realtà fondante da cui promana tutto il proprio essere e, di conseguenza, il proprio agire, liberando da ogni ansia e costrizione.