Recensione: Christian Beginnings. From Nazareth to Nicaea (AD 30-325) - G. Vermes

28/05/2015     Maria Brutti     94

Penguin Books, London 2012, pp. XVI-272

Fare una recensione di questo libro del grande studioso  Geza Vermes è compito quanto  mai arduo per la sua complessità e per il suo carattere multidisciplinare. È compito di un biblista, un esegeta del NT più in particolare,  uno storico, uno studioso delle origini cristiane, un esperto nella letteratura intertestamentaria, un patrologo, uno studioso della storia della Chiesa? Tutto ciò è compreso in questo libro sul quale, nella consapevolezza dei miei limiti, ma sotto  la spinta di un grande  interesse  per l’uomo-autore e per il contenuto dell’opera,  mi accingo a svolgere la mia riflessione con alcune brevi considerazioni preliminari.

La prima, scontata  forse ma necessaria, è che questo  libro non nasce all’improvviso, ma è il frutto  di una lunga rielaborazione della ricerca di Vermes. Fin dal 1984 il documento della Pontificia Commissione Biblica Bibbia e Cristologia, nel considerare  i vari tipi di approccio  della ricerca sul Gesù storico, sottolinea- va l’importanza di Geza Vermes, che «aveva individuato in Gesù un taumaturgo dello stesso tipo di quelli tramandati  dalla tradizione ebraica» (1.1.5.3).

Nel 1973 Vermes aveva infatti pubblicato  un libro, dal titolo  Jesus the Jew, apparso in traduzione italiana dieci anni dopo, con il titolo Gesù l’ebreo nel quale, collocando  Gesù  nel contesto  del giudaismo  carismatico,  si proponeva  non«di ricostruire il ritratto autentico  di Gesù,  ma più modestamente, di scoprire sotto quali sembianze gli autori dei Vangeli, sulla scia della tradizione primitiva, abbiano voluto che Egli fosse conosciuto... Insomma,  chi era il Gesù degli evangelisti» (pp. 19-20). Tuttavia, e questa è la seconda considerazione, Vermes, come sottolineava  Sacchi in una recensione del 1984 (Henoch 6[1984], 348), aveva iniziato il libro (p. 14) menzionando il Credo  di Nicea (IV sec.): «Io credo... in un solo Signore Gesù Cristo,  unigenito  figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, del- la stessa sostanza  del Padre,  per mezzo  di Lui tutte  le cose sono  state create», dando a vedere che già nel 1973 il suo interesse non si fermava solo alla ricostruzione del Gesù storico, che aveva predicato  nella Galilea e nella Giudea del I se- colo, ma anche a quello che Sacchi chiamava il Gesù «predicato» (p. 348), il Gesù della fede cristiana.

Nell’Introduzione a Christian Beginnings. From Nazareth to Nicaea, scritto a quarant’anni di distanza  dal primo,  dopo  una serie di almeno 12 libri su temi paralleli, l’autore dichiara che, a partire dal 2008, ha iniziato una fase nuova di ricerca, incentrata  sul tentativo  di delineare la «la curva evolutiva tra il Gesù  ri- tratto  nel suo contesto  carismatico della Galilea e il primo  Concilio  Ecumenico tenuto  a Nicea nel 325 d.C., che proclamò  solennemente la sua divinità come un dogma del cristianesimo»  (p. XIII). Sempre nell’Introduzione, alcune riflessioni preliminari  circa le caratteristiche  della religione ebraica e la differenziazione progressiva del cristianesimo  anticipano  lo sviluppo  successivo e la conclusione del libro.  Il prevalere  dell’aspetto  filosofico,  il cosmopolitismo, l’affermazione della teologia della sostituzione e la crescente influenza  «ellenistico-gentile» furono gli elementi che caratterizzarono, dalla fine del I sec., un cambiamento che trasformò il giudaismo  pratico,  carismatico  predicato  da Gesù  in una religione intellettuale  definita e regolata dal dogma.

Sul «giudaismo carismatico» ritorna  Vermes all’inizio del c. 1, appoggiando- si alla definizione  di «carisma» del sociologo Max Weber e rivendicando a sé l’ideazione dell’espressione (p. 1). Tuttavia, sente il bisogno  di chiarirla e precisarla, ipotizzando, accanto a una religione tradizionale,  formale, fondata sul tempio e sulla Torah,  l’esistenza di una religione basata su un contatto diretto  con il divino che, a livello più alto, era costituita  dall’ebraismo  basato  sulla rivelazione profetica,  a livello più basso, da una religione esclusa dai centri pubblici  e dalla burocrazia  sacerdotale (p. 2). Rispetto  tuttavia al libro del ’73 dove si era riferito esclusivamente a fonti rabbiniche,  Vermes arricchisce le tradizioni legate al giudaismo carismatico  di dati biblici e aggiunge riferimenti  a testi della letteratura apocrifa,  di Qumran e di Flavio Giuseppe.  Attraverso  un’attenta  analisi che si sviluppa in tre capitoli: Il giudaismo carismatico da Mosè a Gesù (pp. 1-27); La religione carismatica di Gesù (pp. 28-60); Il cristianesimo carismatico nascente (o delle origini) (pp. 61-86), individua quindi  i rappresentanti delle diverse categorie di carismatici: profeti, guaritori,  esorcisti, evidenziando talora i punti di con- tatto, talora le differenze con la letteratura neotestamentaria e, in particolare,  con la figura di Gesù. Ad esempio (pp. 5-6), Giovanni  Battista è visto come la reincarnazione  di Elia (2Re 1,8; vedi Mt 3,4); nella preghiera  di Nabonide (4Q242) (p. 15) riconosce  un’eccezionale  anticipazione dei vangeli nel collegamento  del perdono dei peccati alla guarigione del malato (Mc 2,8-11)In particolare,  la figura di Gesù nei vangeli è al centro del c. 2. Tra le nume- rose osservazioni, quella che l’insegnamento di Gesù appare fondato non sulla Scrittura  come quello dei rabbini  e degli scribi, ma su eventi carismatici, come guarigioni  ed esorcismi  che abitualmente accompagnavano  le sue istruzioni (p.38). Qui Vermes coglie un elemento importante della ricerca sul Gesù storico, da tempo oggetto  di indagine da parte di alcuni studiosi  del NT,  i quali si sono interrogati,  ad esempio, se i miracoli nell’insegnamento  di Gesù abbiano  una funzione «cristologica», vogliano cioè legittimare  il compito  e la posizione  di Gesù come il Messia incarnato, o piuttosto una funzione «ecclesiologica», in quanto rifletterebbero la situazione  delle prime comunità  ecclesiali (vedi E.J. Vledder, Conflict  in the Miracles Stories. A Socio-Exegetical Study  of Matthew 8 and 9, Sheffield 1997, 11).

Vermes indica successivamente  tre temi fondamentali della predicazione di Gesù, che svolge attraverso  numerosi  riferimenti  a citazioni bibliche: Il regno di Dio, Dio il Padre e il Figlio o i figli di Dio (pp. 39-50). Nel ’73 un aspetto impor- tante della ricerca di Vermes aveva riguardato lo studio dei titoli attribuiti a Gesù: profeta, signore, Messia, Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, ma alcune sue afferma- zioni  a proposito del «Figlio dell’uomo»,  peraltro  espresse già nel 1969 in una conferenza  a Oxford, avevano suscitato  un vivace dibattito  sia riguardo  alla sua interpretazione dell’espressione  non come un titolo,  ma come una sostituzione dei pronomi di prima e seconda persona singolare, sia all’uso di una documentazione limitata (vedi Sacchi, Henoch,  361; Sievers, http://www.vatican.va/jubi- lee_2000/magazine/documents/ju_mag_01111997_p-48_it.html). In questo libro riconferma  la precedente  interpretazione del Figlio dell’uomo,  ma al centro  del suo interesse è soprattutto l’espressione «Figlio di Dio», di cui segue meticolosamente l’evoluzione nel pensiero teologico del cristianesimo  delle origini.

Nella  sua ricostruzione successiva (c. 3) Vermes, considerando come fonti sia testi biblici (At 1–12; 1Cor; Gal e 1-2Ts; Gc e Lettere di Giovanni)  che non biblici (l’Insegnamento  dei 12 Apostoli o Didaché; la Lettera a Barnaba), sotto- linea nello sviluppo del cristianesimo  da un lato il permanere  dell’identità ebrai- ca, dall’altro la possibilità di ammettere  non ebrei. Il contenuto caratteristico dell’Insegnamento degli Apostoli è la proclamazione di Gesù come il Messia (pp.76ss), tuttavia, negli Atti degli Apostoli, l’espressione «Figlio di Dio» è usata so- lo due volte (7,55.59), ma sembra non implicare una condizione divina. Il titolo preferito  è «Servo di Dio»  o «Capo».  Ma è nel pensiero  di Paolo  (c. 4) e, soprattutto, nella cristologia  di Giovanni  (c. 5) che Vermes scorge un nuovo  significativo  allontanamento dalla religione  escatologico-carismatica  di Gesù  e dalla dottrina messianico-escatologico-carismatica della Chiesa delle origini (p. 113). Nel Prologo  al Vangelo di Giovanni,  il Logos divino che opera sin dall’eternità  è identificato  con il personaggio  storico  di Gesù, in cui la Parola divenne carne (p. 130).

Nella seconda parte del libro (cc. 6-10), la più nuova rispetto  agli scritti precedenti, Vermes ripercorre sinteticamente  la comprensione cristiana della natura di Cristo  nei tre secoli successivi. Essa gli appare  caratterizzata dal riconoscimento della natura divina del Cristo  e, parallelamente,  da una de-giudaizzazione della nuova religione e dall’affermazione di una progressiva anti-giudaizzazione del nascente cristianesimo. Focalizzando l’attenzione su alcuni dei primi testi cristiani (cc. 6-7), Vermes osserva, ad esempio, che nella Didaché Gesù è essenzialmente il Servo di Dio e il testo non presenta  alcuna animosità  contro  gli ebrei, mentre  nella Lettera  di Barnaba Cristo  è chiamato  Figlio di Dio e l’interpreta- zione  simbolica  di alcune nozioni  fondamentali dell’Antico  Testamento, come alleanza, digiuno, sacrificio, circoncisione,  leggi alimentari,  il sabato e il tempio, fa apparire la lettera come un trattato intra-cristiano che tenta di stabilire la supremazia  dell’insegnamento  apostolico  sul giudaismo  (pp. 151-152). Con  i successivi scritti dei padri apostolici, in particolare  la Seconda Lettera di Clemente, si afferma un’alta-cristologia implicita e la formale deificazione di Gesù (p. 165), mentre  nella difesa di Ignazio  contro  il giudaismo  si assiste al distacco di Gesù dal popolo  ebraico (p. 169).

Nel pensiero dei tre maggiori teologi della seconda metà del II sec.: Giustino, Melitone  e Ireneo (c. 8) e di tre grandi figure della metà del II e III sec.: Tertulliano, Clemente  e Origene  (c. 9), Vermes coglie da un lato un’ulteriore evoluzione del pensiero cristologico,  dall’altro il progressivo  allontanamento dell’immagine di Gesù dalle sue origini (p. 177). Nel Dialogo di Trifone di Giustino è svolta l’idea della giusta punizione divina incorsa agli ebrei per il loro rifiuto di Gesù (p. 182), mentre nella cristologia  di Melitone  l’enfasi sul corpo reale assunto  dal Figlio eterno nell’utero della madre è accompagnata dal convincimento della colpa di deicidio  e della conseguente  perdita  dell’elezione  da parte  degli ebrei (p.193). Anche se Ireneo manca della durezza  e dell’asprezza antigiudaica, «con sognante ottimismo»,  dice ironicamente Vermes, si dichiara convinto  dell’inevitabilità dell’accettazione  del cristianesimo  da parte degli ebrei, dato che il suo fondamento  è nelle loro Scritture stesse (p. 198).

Vermes dedica particolare  attenzione alla figura di Tertulliano che, nella situazione  socio-politica creatasi nel III sec. (c. 9), fu «a salient landmark»  (p. 209) per l’evoluzione dottrinale del cristianesimo. La sua dottrina dell’incarnazione  e la sua elaborazione della relazione tra Padre, Figlio e Spirito Santo (pp. 204-207) furono  all’origine del dibattito  che porterà  a una trasformazione definitiva  del cristianesimo. Il contrasto tra Alessandro, vescovo di Alessandria, e il presbitero Ario trascinò la Chiesa in una situazione  di estrema gravità con scontri verbali e politici, scomuniche,  indizioni  di concili, elaborazioni  continue  di teorie e definizioni; l’intervento  dell’imperatore Costantino, se da un lato pose fine alla persecuzione  della Chiesa,  dall’altro  determinò lo svolgersi degli eventi influendo pesantemente sulla  soluzione  del  problema.  La  convocazione del  concilio  di Nicea da parte dell’imperatore e il suo svolgimento  sono descritti in modo  dettagliato da Vermes, così come la sua conclusione,  che portò  alla definizione  che il Figlio era della stessa sostanza o essenza (ousia) del Padre, homoousios, con-sostanziale al Padre, ma Vermes sottolinea  che la lotta per le definizioni  cristologi- co-trinitarie continuò ancora per almeno mezzo  secolo. Da allora però fu centrale nel cristianesimo  l’accettazione individuale del Cristo  divino e della sua esistenza superumana  nel mistero del Dio Uno e Trino della Chiesa.

Alla fine di questo lungo e articolato  cammino nelle origini cristiane, Vermes giunge alla conclusione  che fu Giustino Martire  il fondatore della «teologia cristiana, teologia dal punto  di vista formale legata alla filosofia platonica, un sistema del tutto  differente dal modo di pensare non speculativo di Gesù» (p. 239). Il suo augurio  finale, che conferma in modo esplicito quanto  espresso sin dall’ini- zio del libro, è che le Chiese cristiane possano raggiungere una rivitalizzazione, una riforma che le riporti  all’entusiasmo e alla pura visione religiosa di Gesù, «il carismatico messaggero ebreo di Dio» (p. 242).

Mentre  si apprezza  la straordinaria competenza  che lo studioso  ha profuso in questa sintesi delle fonti cristiane delle origini, la sua impostazione storica e le sue valutazioni  suscitano talvolta perplessità. Nella ricerca delle origini cristiane, Vermes sceglie la via dello sviluppo  diacronico,  distinguendo la religione carismatica di Gesù dal cristianesimo  degli apostoli, di Paolo, di Giovanni,  dei padri della Chiesa.  Tuttavia  questa  sua visione suscita alcuni interrogativi, oggi presenti agli storici del cristianesimo  delle origini: 1) ad esempio, è legittimo  parla- re già di cristianesimo  al tempo  degli apostoli,  di Paolo e di Giovanni?  2) Non sarebbe storicamente più adeguato parlare di un’origine «sincronica», nella qua- le la separazione del giudaismo assunse contemporaneamente aspetti e tempi di- versi? In un libro recente, Mauro  Pesce identifica nel Dialogo di Trifone  sei di- versi tipi di seguaci di Gesù  (Da Gesù al cristianesimo, Brescia 2011, 202). In questo senso la visione di Vermes appare forse troppo rigida, anche se è comunque evidente nel libro che l’interesse di Vermes è rivolto  soprattutto  all’evoluzione teologica del pensiero cristiano, più che all’aspetto sociale della formazione delle comunità  cristiane.

Al di là della giustezza del discorso storico, si percepisce però talvolta un tono polemico,  presente  anche in altri scritti  di Vermes, che sottintende la lunga storia dell’antigiudaismo cristiano e delle persecuzioni a cui gli ebrei furono sottoposti da parte dei cristiani. In questo  senso si può comprendere anche il problema principale  che questo  libro  solleva, l’identità  divina  di Gesù,  continuamente messa in questione  da Vermes. Problema  sentito  anche dallo stesso autore, come appare evidente da alcune valutazioni  che egli dà dei testi neotestamentari, mai affrettate, ma ragionate. Così, ad esempio, quando  parla dello status di Gesù  nel pensiero  di Paolo, lo studioso  ammette  che ci sono dei brani  problematici (Rm 9,4-5; Fil 2,6-11; Col 1,15-20; Eb 1,1-3; Tt 2,13) ma, per dimostrare che questi passi non appartengono al pensiero paolino, cita elenchi di formule di preghiere e di benedizioni tratte dall’epistolario  paolino (pp. 111-112).

Non  entro in merito alle singole interpretazioni che Vermes fa dei testi neotestamentari,  ma osservo soltanto  che se per l’ebraismo la cristologia rimane assolutamente inaccettabile, da un punto di vista cattolico si potrebbe dire che il progressivo riconoscimento della divinità del Cristo  non è un fatto solo intellettuale, ma nasce dalla comprensione più profonda che la comunità cristiana ebbe di Gesù nel periodo successivo alla sua morte e risurrezione. Se si trattò di un periodo successivo di pochi decenni e di qualche secolo, come dice Vermes, è dibattuto anche in ambito cristiano e tra gli studiosi delle origini (vedi ad esempio, tra i contributi più recenti in lingua italiana, L.W. Hurtado, Come Gesù divenne  Dio. La problematica storica della più antica venerazione  di Gesù, Brescia 2010, che situa il riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio subito dopo la sua morte).

Dunque la ricerca di Vermes è senz’altro ricca e stimolante, ma pone e lascia aperti molti problemi e interrogativi  in merito alla valutazione  delle fonti, comeanche riguardo all’uso del linguaggio cristologico-trinitario nello sviluppo della teologia cristiano-cattolica. Un contributo importante in questo  senso ci viene offerto  da un libro a più voci, nato dal dialogo tra studiosi  cristiani, cattolici ed ebrei,  di  recente   pubblicato   anche  in  lingua  italiana  (J.  Svartvik  –  P.A. Cunningham – J. Sievers – M.C. Boys – H.H. Henrix  et al., Gesù Cristo e il popolo ebraico. Interrogativi per la teologia di oggi, Roma 2012) il quale, proponendo  nuovi percorsi nella ricerca teologica, e in particolare  nella cristologia, si ricollega  indirettamente ad  alcune  osservazioni  presenti  nel  testo  di  Vermes. Uno  degli autori,  Hermann Henrix,  approfondendo il tema dell’incarnazione del Logos Figlio di Dio, pone il problema  del difficile rapporto con l’ebraismo, ed esprime l’esigenza di una rifondazione della cristologia a partire non solo dall’identità  umana  di  Cristo,  ma  dalla  sua  identità   ebraica.  Un’altra   autrice, Elisabeth Groppe, ripercorre la storia della formulazione cristologica di Nicea, osservando che i testi che divennero i Vangeli canonici non elaborarono l’esatta natura delle relazioni tra Dio il Padre, Gesù Cristo  e lo Spirito Santo e rimasero aperti a varie interpretazioni, che divisero le comunità. Per questo la Chiesa «ritenne necessario andare al di là delle narrazioni bibliche e introdusse categorie ontologiche,  allo scopo  di  chiarire  le relazione  tra  Dio  il Padre,  Cristo  e lo Spirito» (p. 256).

A partire da queste e altre riflessioni, Henrix,  Groppe e altri autori cristiani e cattolici, in dialogo con studiosi ebrei, hanno iniziato una rifondazione della cristologia che nasce dal riconoscimento dell’identità  di Gesù  non  semplicemente come uomo,  ma come uomo  ebreo.  Come  sottolinea  ancora  Henrix,  «Fin dal Medio Evo, il concetto di shittuf (una connessione,  una comunione, una associazione) ha espresso il disagio ebraico con la cristologia cristiana dell’incarnazione. Questo concetto  di shittuf  esprime la critica ebraica del culto cristiano  di Gesù Cristo  come il Figlio di Dio, uguale nell’essere al Padre; secondo il punto  di vista ebraico, questo aggiunge un elemento di confusione al sé di Dio». La sua esortazione è che la «teologia cristiana deve sviluppare  oggi una sensibilità verso gli ebrei, curando  di non  interpretare la relazione tra le nature  umana  e divina in Gesù Cristo  in termini di confusione  o di fusione e di simbiosi» (p. 194). Questo compito,  questo lavoro è già iniziato, come dice l’Introduzione al libro, «nel riconoscimento dei suoi limiti di fronte al mistero e dell’umiltà indispensabile  per il lavoro del teologo cristiano» (p. 20).

Nelle fasi alterne e complesse che ha avuto, a partire dall’inizio del XIX sec., la ricerca sul Gesù storico, il libro di Geza Vermes occupa un posto del tutto  particolare  per la ricchezza  della documentazione, delle conoscenze,  e anche delle provocazioni. Ma un suo aspetto originale e importante appare il fatto di aver sottolineato  ed evidenziato  come la scarsa considerazione della figura di Gesù  dal punto di vista umano abbia finito con il portare a un annullamento della sua identità ebraica. Non solo Gesù non  era più considerato un uomo,  ma soprattutto non era ebreo.  Parallelamente  e paradossalmente, inoltre, lo sviluppo della cristologia ha favorito, nel pensiero dei padri apostolici dei primi secoli, quell’insegnamento  del disprezzo che è stato all’origine di tanto antigiudaismo  cristiano.

Leggere Christian Beginnings. Da Nazareth a Nicaea (AD 30-325) vuol dire dunque  rendere in primo luogo noi stessi consapevoli di questo, superare definitivamente quel «sognante ottimismo» di cui parla Vermes e ricercare un’identità cristiana nella quale la purificazione della memoria diventa momento fondamentale e indispensabile.